Intervista a Francesco Migliaccio

I nostri ragazzi della redazione di Adotta uno Spettacolo hanno intervistato Francesco Migliaccio, nonché l’ispettore, anzi, commissario Javert ne “I Miserabili”.

Carlo: La prima domanda riguarda il libro da cui è tratto il vostro spettacolo, “I Miserabili” di Victor Hugo: l’ha letto? Se sì, prima o dopo aver ricevuto il copione?

Francesco Migliaccio: Confesso di non averlo letto tutto, principalmente perché ad un certo punto l’ho trovato noiosissimo. Ma, se non avessi dovuto rappresentarlo a teatro, l’avrei sicuramente finito di leggere, come d’altronde ho letto libri come “Delitto e castigo” o “Guerra e pace” per cultura personale. Ho voluto con “I Miserabili” considerare solo il testo teatrale di Luca Doninelli e focalizzarmi su di esso. Quando lavoro a uno spettacolo, devo sempre capirne inizio, centro e fine, perché se noi attori non capiamo cosa stiamo facendo, di certo non lo capirà neanche il pubblico. Ho quindi aspettato l’adattamento di Doninelli e mi sono concentrato su di esso, perché quella sarebbe stata la materia sulla quale io avrei lavorato per la costruzione del personaggio. La lettura del romanzo non è indispensabile, tranne che in alcune scene, come il travagliato monologo finale di Javert, che, chi ha letto il libro lo sa, non è davvero un monologo, ma un dialogo tra Javert e un Jean Valjean che Javert immagina con lui. Ecco, questa scena andava letta e compresa fino in fondo. 

Carlo: Perché, in effetti, un libro e uno spettacolo, pur affrontando la stessa materia, possono avere discorsi autonomi diversi, quindi la rappresentazione teatrale non deve essere necessariamente identica al libro da cui è tratto, no?

Francesco Migliaccio: No, infatti, come dice Doninelli, la riduzione di un romanzo come quello di Hugo ha vari coefficienti: bisogna riuscire a raccontare una storia principale, evocando al tempo stesso tutto quello che è raccontato dal romanzo ma non è visibile nello spettacolo.

Miruna: Penso che sia anche una questione di fare proprie le cose, leggere un romanzo e poi trarre qualcosa di proprio da quel romanzo e portarlo sotto gli occhi di tutti.

Francesco Migliaccio: Verissimo. Conoscere ciò che si sta facendo è fondamentale. Però non sono così convinto che avere a disposizione un romanzo di 1500 pagine dovendo fare proprio quello spettacolo lì sia esattamente una fortuna. Perché la riduzione è quello a cui tu sei chiamato come attore. Cioè, tu sei chiamato a interpretare la riduzione de ”I Miserabili”. Qualsiasi cosa ti possa venire in mente di aggiungere, o l’aggiungi per approfondire il personaggio, o, se no, è semplicemente una tua elucubrazione. Il testo è un po’ come un’arancia: lo devi spremere e cercare di trarne quanto più succo possibile, che è quello che poi servi al pubblico. Se all’arancia aggiungi della verdura, non ne viene niente di buono.

Federico: A proposito dell’adattamento drammaturgico: ovviamente, molto è stato scartato, ma molti altri elementi sono presenti senza essere visibili, emergono attraverso dialoghi assenti nel romanzo. Quindi volevo chiederle questo, come ha visto questo espediente drammaturgico?

Francesco Migliaccio: E’ vero, è stata scartata l’ira di Dio, ma al tempo stesso non completamente. Questo è un problema di chi l’ha scritto. Un problema che Doninelli, quando ci ha consegnato il copione, pensava di aver risolto. In realtà noi abbiamo avuto un problema successivo: che molte cose sono narrate, non agite. Non è come al solito, che qualcosa avviene; sono tutte narrazioni. A teatro, noi dovremmo vedere quel borghese che tira una palla di neve contro Fantine e Javert che la sbatte in prigione. Tutto questo noi non lo vediamo. E quindi viene evocato, e l’evocazione è difficile per noi attori, perché siamo abituati ad agire, non ad agire un racconto. E’ un doppio salto mortale carpiato. Poi man mano ci si abitua e si fa. E’ un problema drammaturgico che è stato in un qualche modo risolto. Infatti la costruzione di un personaggio a partire da un romanzo è un po’ complicata, perché un romanzo non ha nessun elemento teatrale. La descrizione di com’è Javert, di com’è Jean Valjean, è una descrizione romanzata. Hugo non pensava ad una drammatizzazione. Lo scarto è fondamentale: uno che scrive per il teatro e uno che scrive un romanzo hanno due intenzioni completamente diverse. Quando abbiamo letto il copione per la prima volta ci siamo subito accorti di questa narrazione. Noi siamo abituati a leggere una battuta che è azione, non a raccontare qualcosa che è avvenuto. In questo caso bisogna scegliere una modalità legata al personaggio. Però all’inizio il terrore è stato proprio questo.  Stavamo raccontando un romanzo. Non c’era azione.

Carlo: Qual è la prima parola che le viene in mente pensando al suo personaggio?

Francesco Migliaccio: Onestà. Perché Javert è una persona onesta. Non avrebbe rubato un centesimo a nessuno per la propria carriera. Perché sia così, non te lo so dire. Ma credo che un uomo di legge o ha questa onestà o non è un uomo di legge. E in questo sono molto dalla parte di Javert. Mi fa molta tenerezza quando s’incontra alle barricate con Jean Valjean, che lo libera. Javert lì non pensa “Ah bene, appena ti rivedo ti arresto”, non riesce invece a credere a cosa sta succedendo, pensa che non sta scritto da nessuna parte che un ex galeotto liberi un ispettore. Javert non si capacita dell’atto di Valjean. E questa è l’onestà granitica. Poi l’etica lo sovrasta e lui non riesce a uscirne, se non uccidendosi. Per lui è un peso insostenibile accettare la bontà di Valjean.

Miruna: Potrebbe dirci, tecnicamente parlando, come ha lavorato sul personaggio?

Francesco Migliaccio: Tecnicamente, non lo so. Sicuramente ho mantenuto una linea di crudezza. Bisogna individuare uno stato nel personaggio. Come vi dicevo, non sono proprio personaggi da teatro, sono funzioni, quindi un po’ distanti da noi. Non c’è grande immedesimazione. Per Javert, questo stato è una visione rigida della realtà. Questo comporta il mantenere una postura altrettanto rigida, composta e una vocalità il più possibile ferma, sicura, perentoria. Tutto ciò tranne in quella scena in cui Javert parla con il capitano di come si sia mascherato per riconoscere Jean Valjean: che Javert si sia camuffato è una trasgressione pazzesca, ma lo fa allo scopo di arrestare. Lì cede un po’.

Federico: Javert e i Thenardier vengono generalmente considerati gli antagonisti del romanzo: lei cosa ne pensa? Sono davvero considerabili gli antagonisti, o, alla fine, tutti i personaggi dell’opera sono miserabili?

Francesco Migliaccio: Sono tutti miserabili, è questa l’idea. Miserabili tutti, anche il vescovo. Tutti hanno quantomeno un’origine miserabile, anche Javert stesso. E’ certamente un antagonista per Jean Valjean, ma non è il male. Così come Jean Valjean non è il bene: come lui stesso dice, “Le galere fanno i galeotti”. C’è, ne “I Miserabili”, un discorso sull’educazione carceraria, cara a Beccaria e a Hugo stesso, autore anche de “L’ultimo giorno di un condannato a morte”. Cosette, invece, con la sua innocenza, è simbolo di quel mondo che deve cambiare. Mi sembra però che non abbiamo ancora messo in pratica gli insegnamenti che Hugo ci ha dato due secoli fa.